Tratto da: Dracula di Bram Stoker (1897)

29 settembre, notte. Un po' prima di mezzogiorno noi tre, Arthur, Quincey Morris, io, siamo passati dal Professore. Stranamente, quasi per tacito accordo, avevamo tutti indossato abiti scuri. Arthur, come logico, era vestito di nero, perché era in lutto stretto, ma il resto di noi li ha indossati istintivamente. Siamo arrivati al cimitero all'una e mezza; abbiamo girovagato intorno, tenendoci lontani dalla vista dei partecipanti al funerale. Così, quando i becchini hanno terminato il lavoro, e il custode, convinto che tutti se ne fossero andati, ha chiuso il cancello, siamo rimasti padroni del luogo. Van Helsing, invece della sua borsa nera, ne aveva con sé un'altra, lunga, di cuoio, come quelle per le mazze da cricket, e apparentemente piuttosto pesante.

Una volta rimasti soli, dopo aver sentito l'eco degli ultimi passi spegnersi sulla strada, in silenzio, come se ci fossimo accordati, abbiamo seguito il Professore fino alla tomba. Ha aperto la porta, e siamo entrati chiudendola alle nostre spalle. Poi ha estratto dalla borsa la lanterna, l'ha accesa, accendendo anche due candele che ha fissato con un po' di cera disciolta su altre bare, in modo da aver luce sufficiente per il suo lavoro. Quando ha sollevato di nuovo il coperchio della bara di Lucy, tutti abbiamo guardato - Arthur tremava come un fuscello - e abbiamo visto che il corpo giaceva lì, in tutta la sua mortale bellezza. Ma non c'era amore nel mio cuore, nulla se non orrore per quella Cosa orribile che aveva preso l'aspetto di Lucy, ma senza la sua anima. Perfino il viso di Arthur s'è indurito mentre guardava. In quel momento ha detto a Van Helsing:

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